May 20, 2026

Spiritualità, amore e compassione

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🎧 Ascolta il Messaggio dalla voce de La Jardinera

Miei cari semi!,

La prima volta che mi recai in Nepal, molti anni fa, lo trovai una meraviglia, mi ha affascinata.

Mi ha affascinato la sua gente, cortese, gentile, affettuosa, sempre sorridente, sempre amabile. Me ne chiedevo il perché e cominciai a guardare e a osservare. E quando vidi come mangiavano, come vestivano, compresi che non avevano nulla e per questo erano felici.

Che erano staccati da ogni valore e cioè avevano tagliato i legami con tutto ciò che è e che lega noi: il denaro, il potere, il possesso. Loro non avevano questo pensiero. Vivevano giorno per giorno, però felici.

Osservai i bambini, il volto sporco, con i moccoli, mezzo vestiti, perché i bebè non avevano da mettersi né pantaloncini e nemmeno quelle braghette di plastica, Pampers, non so come li chiameranno in ogni paese, i pannolini.

Allora chiesi perché andassero così con il freddo che faceva (eravamo a quattromila metri in un paesino, un villaggio).

E mi dissero: “Perché le madri non hanno nulla per poterli lavare”, e compresi.

Ma i bimbi sorridevano e le madri pure.

Incontrai anziani con molta saggezza, ma ce n’era uno molto speciale e dissi alla nostra guida, Kesy, un ragazzo del Nepal, di Katmandù, che per mangiare mi disse: Sibi guida”.

Non lo era, ma ci mostrò tutto quello che dovevamo vedere, era molto giovane. Eravamo il primo gruppo della Ensenanza che viaggiava in Nepal ed eravamo felici.

Mia amata Cristina, ti mando tutto il mio amore perché eri quella che più aveva paura della tigre.

Dove vivevamo, a quattromila metri, lo ripeto, c’erano tigri che arrivavano e si mangiavano quelli dei dintorni. Era un villaggio, bene una frazione ed avevano un cane che li avvisava quando arrivava la tigre, allora chiudevano le porte e così si proteggevano.

Però risulta che la mia amata Cristina, che oggi sta nella Luce, la mia amata Cristina cominciò a sentire il cane e disse. “Questo cane non mi lascia dormire, questo cane lo farò stare zitto”. E prese un pezzo di legno molto pesante e lo tirò al cane uccidendolo.

Era da un terzo piano, e quel povero cane stava avvisando che arrivava la tigre e disse: “Finalmente il cane sta zitto e adesso possiamo dormire”. Il giorno seguente quelli del villaggio piangevano e fecero una cerimonia al cane, perché era colui che avvisava quanto arrivava la tigre, perché avevano gli animali e la tigre mangiava quello che prendeva e quello che trovava.

Era un villaggio molto povero, come sempre ce ne sono in ogni luogo del Pianeta. E così il giorno dopo guardammo tutti la mia amata Cristina e le dicemmo:

“Che hai fatto!?”

“Mi dava fastidio per dormire”.

“E adesso se viene la tigre e ti mangia”?

Dato che era molto paurosa, andò di corsa alla città di Katmandù a cercare un cane, lo portò e gli abitanti si misero tranquilli.

Ma quel saggio del villaggio mi interessava molto, era molto vecchio, tutto rugoso con il suo cappellino, adesso non ricordo come si chiama. Il suo cappellino a forma di barca, era molto magro. E gli chiesi:

“Come si chiama il suo cappello?

E mi disse: “Il mio cappello…….” Cercherò il nome.

Mi disse: “E’ la forma della mappa del Nepal, per questo lo portiamo tutti”.

Mi piacque questo particolare, poi lui venne e mi disse:

“Posso benedirvi?”

“Chiaro che si!”

“Bene, domani verrò a casa vostra e benedirò la casa e benedirò voi”.

Io ero la più felice del mondo! Ci avrebbe benedetto, perché questo signore era come un rabbino, come un pastore, come un sacerdote, come un grande uomo di religione.

E il giorno seguente, alle 6 del mattino era già davanti alla nostra porta.

Nella montagna del Nepal il Sole si alza molto presto, molto presto, lui stava davanti e tutto il villaggio con lui. Uscimmo offrendogli quel poco che avevamo: dei biscotti e una tisana. Fu molto contento e disse:

“Prima devo fare la tika, fare la sua benedizione”.

Si sedette al suolo, pulì il suolo, disegnò un circolo rosso e uno giallo. Aveva un po’ d’acqua e un rametto di un albero. Poi aveva un altro recipiente con riso e polvere gialla, lo mescolava e faceva una pasta.

E poi, quello che lo aiutava gli dava un contenitore simile a una giara e glielo dava, tutti stavamo seduti nella forma del loto, lui venne e ci mise un pochino di questa mistura gialla nel Chakra 6, nella fronte, questa era la benedizione per ognuno.

Ci inclinammo, che è ringraziare e poi lo fece anche nella casa.

E per ultimo, ci presentò la giara per bere, ma il liquido era un liquido un po’ come giallo marrone, molto scuro.

E gli chiesi: “Mi scusi maestro (perché non sapevo come si chiamava, signoria, non potevo chiamarlo padre, non potevo chiamarlo rabbino, non potevo chiamarlo emiro).

“Allora, “cosa c’è lì dentro? È un medicinale? È una tisana?”

E mi disse: “No, è meglio, è molto meglio, questo è medicinale”.

“Ma, che cosa è? Dove lo raccogliete?”

“Ah, è molto semplice, è la pipi della mucca, quando fa pipì la mucca la raccogliamo e la beviamo, perché è un medicinale molto buono”.

Miei semi, amati semi! Posso fare quello che volete, ma quello non l’ho bevuto, quello non l’ho bevuto!

E chiaro, il gruppo fece come me, non lo toccammo, ci guardarono come molto strane e ci dissero: “Questo viene da Dio”. E gli dissi: “Signore, ci scusi, siamo molto ignoranti ma preferiamo che lo prendiate voi”. E se lo bevvero.

A loro non successe nulla, ma noi ci siamo liberati di qualcosa, quindi ho continuato parlandogli e gli dissi:

“Quale è la sua filosofia di vita?”.

La risposta era semplice: lavorare e fare il bene, lavorare e fare il bene.

“Però c’è gente molto cattiva”, gli risposi.

“La gente cattiva si fa da parte se tu hai buoni sentimenti e buoni pensieri”.

“Ma e se ti fanno danno?”

“Tu sai quello che gli hai fatto in un’altra vita?

“No”

“Quindi non aver paura, hai la tua protezione, siamo figli di Dio.”

Parlava molto poco, ma molto profondo.

Disse: “Io non mento mai, perché io non sono giudice, ma abbiamo qualcuno di più grande che ci vede, che ci giudica e che sa quello che facciamo, non ci castiga, siamo noi che non obbediamo”.

E continuai chiedendogli:

“Fa una dieta? Fa digiuni? Cosa fa?”.

Disse: “Medito solamente, non posso fare digiuno perché abbiamo poco da mangiare, ma aiuto chi ne ha bisogno e so che dall’Alto non mi mancherà nulla, né da mangiare, né per vivere.

Mi volle leggere libri dei Veda, libri che sono scritti in sanscrito. Era Indù, era Induista, ma chiaro, non parlava inglese e Servidora nemmeno, così continuai e mi disse:

“noi induisti e cioè quelli dell’India, quelli del Nepal, tutti gli induisti, quando nasciamo ci danno l’educazione i nostri genitori e i religiosi e c’è un principio di non tagliarsi mai i capelli. I capelli sono la cosa più preziosa che abbiamo”.

Gli risposi: “non può essere, io me li taglio” e lui dice: “l’uomo non se li taglia mai”.

Le donne come vedrai, qui li tengono tutte lunghi.”

“non capisco”

“Te lo spiegherò: i capelli per una donna sono la sua bellezza, ma è anche una ricchezza. Se un giorno non ha da mangiare, sempre il capello ha un costo il capello. È la bellezza e questo è ciò che fa distinguere dall’uomo, noi uomini, io ho i capelli lunghi da quando sono nato.”

E risposi:

“non ci posso credere”

Disse: “si”

Allora suo nipote gli disse: “zio, faglieli vedere”

E lo zio rispose: “E’ proibito, non si può far vedere, sono un religioso”.

E gli dissi: “può avere piena fiducia, perché noi lavoriamo per L’Universo, per L’Universo e siamo qui per fare un lavoro spirituale. Allora disse: “per la prima volta farò una eccezione.”

Si tolse il suo cappellino e cominciò a tirar fuori una treccia, uscì la treccia, cominciò a uscire, a uscire, a uscire, non terminava, arrivò fino al suolo. Era più lunga di 2 metri e rimanemmo sorprese. “Non se l’è mai tagliati?”

“No”

“Perché?”. Gli chiesi.

“Reverendo, perdoni il mio ardire, ma perché?”.

E mi rispose: “I capelli sono antenne che abbiamo e queste antenne si connettono con L’Universo e con gli Esseri di Luce ci trasmettono la Luce, la spiritualità, l’amore, la compassione e aiutare il prossimo”.

Rimasi senza parole.

“Per questo tengo ancora i capelli di quando sono nato e posso andare a benedire e ad aiutare”.

Con molta delicatezza, raccolse di nuovo la sua treccia, la mise arrotolata dentro al suo berretto e se lo mise.

E tutto il mio gruppo gli fece una grande riverenza per il nobile gesto che aveva fatto davanti a degli stranieri, senza che fosse la sua religione, fu molto nobile, quindi già lo sapete.

In India sono sacri i capelli lunghi, quando qualcuno si rade la testa, qui in occidente, si chiama castrazione o cambiar vita o cominciare una nuova vita o togliersi il passato e voler cominciare qualcosa di nuovo.

Per noi occidentali, non ha importanza tagliarsi i capelli, per gli induisti, i taoisti, avete visto sicuramente in Giappone i Samurai, i capelli lunghi perché sono antenne che vanno direttamente a Dio.

Se avete la fortuna di andare nell’India del Nord, Srinagar è dove vivono coloro che portano un turbante colorato, si chiamano Sikh. Lì hanno un’altra religione, sono indù, ma hanno una religione diversa, metà induista e l’altra metà islamica.

Ma credono nei profeti e sono quelli che tanno sempre lavorando per dare da mangiare a tuuuuuuttti coloro che ne hanno o non ne hanno bisogno. Hanno sempre i templi aperti per dare da mangiare colazione, pranzo e cena.

Sono i Sikh, sono gli uomini più grandi fisicamente, più robusti e sono l’armata e i soldati indiani, anche i più temuti. Loro da quando nascono non si tagliano i capelli, per questo portano il turbante. La barba raccolta con un elastico, la doppiano perché non si vede, è lunga e i capelli nascosti, ma ce l’hanno lunghissimi ed è proibito tagliarli, perché lo custodiscono come il tesoro più grande per avere la comunicazione con l’Universo e con Dio.

Immaginate quello che rappresenta il capello per loro, così quando vedrete un indu con un turbante colorato, perché ne portano di vari colori, a volte anche marrone, ma sempre li portano di colori molto belli. La barba sempre e sotto a questo turbante portano la loro matassa di capelli di un metro, due metri, dipende dalla età che hanno.

Volevo raccontarvi questa storia, che è reale, perché siamo stati in India ed ho omesso di trasmetterla.

Oggi è stato il momento, ho visto una amica che mi ha sorpreso perché non mi ha detto nulla ed è venuta rasata ed è bellissima. I capelli le cresceranno con più forza, ma approfitto anche per spiegarne il significato.

Ogni religione è unica e ogni religione è molto buona se si sa applicare, ma quando si deforma, lì c’è la perdita della persona che non va nel Cammino Retto. La Ensenanza sempre vi dirà di seguire il cammino della vostra coscienza, seguire il Cammino del Maestro, seguire il cammino della vostra coscienza, seguire il Cammino della Luce.

Non cadrete mai, non vi succederà mai nulla, solo quello che scegliete, perché la vostra vita vi appartiene. E scegliete le vostre allegrie, i vostri pianti, le vostre pene e la vostra felicità.

Spero che vi sia piaciuto questa storia che ho vissuto in Nepal.

Continuano ancora nel villaggio, le donne vanno a cercare la legna nella selva, la chiamano la selva dove ci sono gli alberi nella montagna e ogni donna viene con una fascina di legno e i bambini. Gli uomini, loro lavorano fanno pantaloni, giacchette, ricamano, fanno maglie.

Il lavoro della donna lo fanno loro e la donna lavora, cura l’orto, il campo, pianta le patate, la soia, si occupa dei bambini, degli animali e va a cercare la legna per fare da mangiare.

È stata una esperienza straordinaria.

Ci sono tornata varie volte e sempre rientro con questa grande allegria.

Ci sono molti templi di Buddha, molti templi, ci sono anche dei bellissimi templi Indù e le due religioni vivono unite, mano nella mano.

Quando sono stati perseguitati in Tibet, sono dovuti andare in esilio.

I Paesi più vicini erano il Nepal e l’India. E lì vivono i tibetani che sono i Buddisti, ma vivono in armonia, perché le due religioni si rispettano mutuamente.

Miei semi,

con tutto il mio amore,

vostra Jardinera

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